Incontro Salvatore Palidda, a margine del convegno "Migrazione e lavoro”, sesto incontro informativo, promosso dalla Commissione Cantonale per l'integrazione degli stranieri e la lotta al razzismo. Nella sua relazione, dal titolo, “Le nuove migrazioni, etnicizzazione della mano d"opera, lavoro nero”, è stato sollevato con chiarezza il problema dell’integrazione sociale e culturale delle persone migranti, qualcosa che investe tutti, un fenomeno che presenta sfaccettature diverse, ma che si evidenzia come difficoltà per giovani, meno giovani, ad inserirsi stabilmente nel mercato di lavoro. Il liberismo sfrenato, portato ai suoi estremi sviluppi, certo non figlio del pensiero di Keynes, Schumpeter, Galbraith, vede e riconosce nella massimizzazione del profitto l’unica finalità e, dunque, nel contenimento dei costi, lo strumento che va a incidere in forma sostanziale sui redditi e sulle prospettive di stabilità del lavoro. Il lavoro frammentato, precario, il lavoro nero che crea aree di sfruttamento e che non garantisce nulla a nessuno, diventa dunque questione non eludibile, una condizione che ha certo accresciuto la ricchezza in forma disequilibrata, con scenari che portano a un innalzamento dei costi sociali derivanti dalla presenza di persone sempre piu’ in difficoltà, escluse ed emarginate dai processi di lavoro e dalla costruzione sociale, a un incremento della povertà diffusa. Questa premessa, chiara perché radicale e, in qualche misura, radicale perché trasparente, ha messo i presenti, relatori e animatori, il pubblico, nella condizione di doversi confrontare, senza mezze misure, con una realtà da cui spesso si prendono le distanze, quasi a pensare che le questioni concernenti i fenomeni migratori e i loro effetti sulla società, siano scorporabili dalla realtà complessiva. Non si puo’, pensare ad un processo di integrazione sociale, migranti e non migranti, coerente con delle premesse di valorizzazione delle persone e dei loro saperi, in un contesto dove il principale meccanismo che regola la società è misurato dalla capacità di aumentare i profitti in modo indiscriminato, attuando una deregulation massiccia, con scelte che fanno capo ad una costante presenza di aspetti finanziari e di delocalizzazione produttiva. Prima di iniziare il discorso con lo studioso e ricercatore, professore associato di sociologia, sociologia della devianza e del controllo sociale, presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova, credo utile fare riferimento al carattere della nostra rivista, sostanzialmente basata su storie, esperienze di vita, testimonianze; un tentativo di parlare dei fenomeni interculturali attraverso e con le persone che li vivono, pensano, realizzano. In altri termini, con le soggettività che esprimono il transito culturale, presente e radicato nelle loro stesse storie, esperienze. Un modo per rendere anche possibile, a livello di comunicazione, l’espressione autentica di chi vive oggi l’esperienza di appartenenza o esclusione, al di là della sua origine.
Chiedo, dunque, a Palidda, cosa pensa di questo orientamento editoriale.
“Promuovere una raccolta di storie di vita, non è solo uno “sfizio” accademico; sarebbe importante per una partecipazione di tutti a questo tipo di lavoro, perché in realtà lavorare sulle storie di vita o su quelle famigliari, o allargate alle molteplici e multiformi diaspore della nostra storia, permette appunto a tutti i membri di una società o comunità locale di capire chi sono. In definitiva, uno dei piu’ grossi problemi di cui si disquisisce a sproposito quando si parla di identità, non identità, integrazione, non integrazione, è che non si sa piu’, chi siamo. E’ fondamentale dunque ricostruire le storie di vita” |
In che modo e perché possiamo parlare delle storie di vita?
“Faccio un esempio. Quando cerco di spiegare queste cose ai miei allievi, parlo loro di una classe scolastica. Una classe scolastica non è tale perché si trova in un luogo, dove si è deciso che ragazzi e ragazze stanno insieme; la classe diventa tale, solo e unicamente se si innesta un processo di interazione tra loro e tra loro e gli insegnanti. Se questo non avviene, possiamo parlare di una somma di persone, certo lontana dall’idea di collettivo. E’ il processo di riconoscimento reciproco, delle similitudini e differenze; come direbbe Weber c’è un’aspirazione alla libertà individuale, ai gusti, alle proprietà delle cose. Ma queste differenze esistono, accanto a cose comuni, riconoscibili e presenti. Riconoscere differenze e similitudini è fondamentale; cosi’ anche nella storia, nei processi. Quando si parla degli svizzeri, questi svizzeri chi sono? Per non parlare degli italiani: ancora di piu’ quando parliamo degli europei. Ci sono stati sempre mescolamenti e tutta la storia dell’umanità è storia delle migrazioni. A livello locale, continentale; a livello globale. Ci sono sempre stati intrecci, contaminazioni; chissà quante sono le generazioni che nel facile e utilitaristico azzeramento di questi intrecci - ecco perché si dice il popolo svizzero, il popolo italiano - hanno perso il senso di questo sviluppo storico, di questa articolazione sociale.
Questa realtà, ha un riflesso anche verso le nostra stessa percezione del mondo?
Si’. Perché scopri che il nonno di una persona che conosci, ha fatto giri incredibili, è andato a piedi in giro per il mondo. La diaspora degli imprenditori italiani in Francia, ci fa risalire all’anno mille, con i banchieri, cui seguono gli armaioli, poi i giardinieri; Antonello il Calabrese introdusse la coltivazione in serra, proprio in Francia. Ad esempio, le maestranze che si muovevano intorno a Leonardo, che certo non si muoveva da solo. Oggi, nel periodo della globalizzazione, in proporzione ai mezzi dell’epoca e con la risorse allora esistenti, tutto sommato ci si sposta di meno.
Noi, quindi , legati ad una storia e sociologia quantitativa, possiamo rivolgerci alla narrazione come un importante elemento di conoscenza; tuttavia, non sempre questo procedimento è vissuto come esperienza che porta valore alla persona, alla comunità, ai saperi. Come mai, quali le ragioni?
Non è facile seguire questo approccio; sarebbe utile insegnare ai bambini fin dalle scuole elementari e poi in seguito fino all’Università, le ragioni della ricerca qualitativa. Allora, sarebbe piu’ facile. E’ chiaro pero’ che, osservare se stessi e la propria famiglia rischia di essere deformante, e per questo è importante distinguere. Un conto è la storia personale, che come ci insegnano Goffman e altri studiosi, dà una rappresentazione soggettiva della realtà, che va interpretata; tuttavia, anche riprendendo Weber, l’oggettività ha i suoi limiti. Se io parlo di me, della mia storia, dei miei, la racconto a modo mio, ma se chiedete a mia sorella, certamente avrete, almeno in parte, un’altra idea, un altro punto di vista. Qui c’è la ricchezza della testimonianza personale, di quelle scritte e orali, che poi vanno corredate, incrociate; si puo’ lavorare su questo, pensando che una verità in quanto tale non esiste, esiste solo quale idea prefigurata della realtà. Ognuno di noi, ha una sua realtà, dunque una sua verità. Il problema è semmai, trovare dei riscontri, degli elementi, con testi, archivi, altre testimonianze. Occorre, fare ricerca, approfondire, partire dalle storie per ampliare il raggio d’azione della scoperta, confrontarla con una dimensione scritta e orale. Scopriamo, inoltre che, alcune cose delle storie di vita, sono sorprendenti; in alcuni casi, magari in situazioni di difficoltà, si sviluppano alleanze impensate e, per contro, alcuni processi cambiano direzione in modo imprevisto, inaspettato, Coloro che pensavamo vicini, in realtà erano tali per altri scopi, motivi; si apre cosi’, una nuova fase della nostra vita. Senza giudizi di valore, siamo quindi costretti a capire cosa c’era; ad approfondire, a cercare, insomma, di comprendere. Nasce l’interpretazione, al di là di ogni psicologismo. Cito, qui, Garfinkel, con la storia di Agnese, un transessuale, una storia di vita individuale: o Maurizio Catania, un caro amico collega recentemente scomparso, che ha scritto una storia di vita, “Tante Susanne”, pubblicata in lingua francese; ha passato otto anni con questa signora, innumerevoli conversazioni, incontri, cene, osservazioni. Come curava il giardinetto, come arredava i suoi locali, i colori che sceglieva. E’ una descrizione stupenda. Nell’ultimo numero della rivista “Conflitti globali”, abbiamo pubblicato la storia di una prostituta impiegata dall’Armata francese, durante la guerra di Algeria; dopo la guerra e giunta una certa età , ha chiesto e ottenuto la pensione, perché dopo tutto, aveva servito la patria. |