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Leggo il testo dello spettacolo 68 giri in Kodachrome e mi sento scivolare dolcemente nei tempi e nei luoghi narrati da Ernesto, il personaggio protagonista della pièce. Mille fili, tanti vissuti si intrecciano nello spazio del racconto: i bisnonni genovesi partiti per il sogno americano, la guerra partigiana del nonno sui monti di Reggio, l'amore e il '68 bolognese del padre Andrea e di Alice, la dittatura argentina e la fuga, di nuovo in Italia. 68 giri in Kodachrome, come anche il successivo Terra bruciata, è una produzione della compagnia ticinese Teatro della Memoria Attiva. Autore, regista e anche interprete dello spettacolo è Pablo Ariel Bursztyn, di origine argentina e con passaporto svedese, oggi diviso per lavoro fra l"Italia e la Svizzera. Formatosi alla scuola di Arti Drammatiche Raul Serrano di Buenos Aires e al Theatre Studio Philippe Gaulier di Londra, le prime esperienze teatrali di Pablo Bursztyn risalgono al 1983 con Teatro Abierto, un evento che coinvolgeva gran parte della comunità teatrale di Buenos Aires in opposizione alla dittatura militare. Trasferitosi a Stoccolma nel 1984, ha collaborato intensamente con diverse compagnie in Svezia, a Londra e in Svizzera. Nel 2003 ha fondato insieme al giovane attore Noce Noseda il Teatro della Memoria Attiva.
È stato da poco commemorato il Giorno della Memoria, per ribadire la necessità di non dimenticare la tragedia della Shoah. Si sente dire spesso che oggi tutto si muove troppo velocemente, che manca il tempo di ricordare e di riflettere con attenzione sul passato. Proprio quello che invece fai tu nei tuoi lavori teatrali.
Una buona parte della mia vita è dedicata alla memoria, anche prima di avvicinarmi al teatro come mestiere. Sono nato e cresciuto attorno al tema della memoria, perché provengo da una famiglia di emigrati in Argentina (dalla Polonia e dall’Italia). Discendo da una famiglia ebrea, per questo la carica della Shoah è ancora molto presente in me… La necessità di non dimenticare è alla base della mia storia e a poco a poco si è trasformata in un compito di vita. Cosi’ è stato per tutta la storia della dittatura argentina, e soprattutto la tragedia dei desaparecidos, che mi ha toccato veramente da molto vicino. Mantenere viva questa memoria è per me fondamentale, sia a livello sociale che a livello personale. Quando avevo diciott’anni ho adottato due bambini il cui vero padre, a 24 anni, è stato ammazzato dalla dittatura: per me cercare di mantenere viva in loro la sua memoria, ricordare perché fu assassinato, quello che voleva, in cui credeva, è stato un compito fondamentale. |