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Ho chiesto a Kossì Komla Ebri di parlarci della letteratura interculturale, della letteratura delle migrazioni e dei motivi che spingono a scrivere e leggere questi testi. Kossì ironizza su tutto, anche su concetti importanti; il suo linguaggio semplice e familiare è ormai entrato nella testa e nel cuore delle persone.
Nato in Togo nel 1954, approdato in Italia nel 1974, si è laureato in medicina presso l'Università di Bologna, per conseguire poi la specialità in Chirurgia a Milano. Sposato con due figli, lavora presso l"Ospedale di Erba(Co). Ha vinto il primo premio per la narrativa alla terza edizione del concorso Eks&Tra nel 1997 col racconto "Quando attraverserò il fiume” e il quinto premio all’edizione del 1998, con il racconto “Mal di..ra.
Come nasce lo “scrittore Kossì”? Quale esigenza lo porta a scrivere?
Sono medico di professione, e direi scrittore per necessità e passione. Necessità, perché ho iniziato a scrivere per il bisogno di esprimermi, di” urlare” la mia esistenza, ma anche per fare conoscere elementi della mia cultura, aprendo, tramite la scrittura, una finestra su usi e costumi della mia terra che sapevo sconosciuta a tanti. Poi c’è la passione, direi atavica, di raccontare, con l’ambizione di fare provare sensazioni ed emozioni al lettore.
Cosa distingue uno scrittore come te da uno scrittore "classico", di quelli che si studiano a scuola, per esempio.
Non so cosa si intende per “classico”. Posso dire che sono un migrante che vive fra culture, lingue e linguaggi e che ha scelto l’italiano come sua lingua di espressione letteraria. Certamente non ho la pretesa di volermi paragonare ai “classici” perché penso di essere, al confronto, ancora un balbuziente.
A chi vuoi rivolgerti?
I miei lavori, più che a una tipologia di lettore, vorrebbero rivolgersi alla “persona” che ci portiamo tutti dentro con cui condividere esperienze, gioie, sogni, dolori e speranze. Il mio sogno è di riuscire a scalfire la corteccia per sfiorare l’anima e fare emergere, al di là delle apparenti differenze, le nostre similitudini.
Che differenza fra il pubblico italiano-ticinese e tuoi lettori nel Togo? Hai lettori in Togo?
Non posso fare paragoni perché non ho lettori in Togo, dato che i miei testi sono scritti in italiano e solo il romanzo “Neyla” è stato tradotto negli Stati Uniti. Quindi nessuno in Togo ha letto i miei libri. Spero di trovare un giorno un editore disposto a pubblicarne una versione francese.
Cosa ti piace e cosa non ti piace dei tuoi lettori, delle persone che ti seguono?
Sono felice della posta che ricevo da parte dei miei lettori. I loro complimenti ovviamente fanno piacere, ma ho i piedi ben ancorati a terra: ho tanta strada ancora da fare. Tanti si chiedono se i miei testi sono autobiografici, oppure si stupiscono della differenza di stile da un libro all’altro. Ma io scrivo istintivamente e i testi seguono i loro corso senza uno schema. Mi spiace soltanto che la critica ufficiale incentri a volte il suo giudizio solo sulla forma letteraria, basandosi su criteri che, secondo me, sono superati. Dovrebbero, oggi,prestare più attenzione al contenuto. Inoltre, provo un certo fastidio verso coloro che vorrebbero ingabbiare i nostri testi in un ambito folcloristico, o solo autobiografico.
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