La bocca è il primo veicolo, alimenta sia il bestiale che l'intellettuale. Il cibo per carburare e procurarne di nuovo, in circolo; il bastoncino per pulire i denti tra un pasto e l'altro; il digiuno per la purificazione e la richiesta, la preghiera, nella rinuncia; la parola per la necessità fisica e la comunicazione, verbale o meno. La bocca per distinguere gerarchie, promettere spose, fumare nascondendosi da occhi inopportuni.
Nel preparare le valige ho prese due macchine fotografiche, una digitale, immediata, e una analogica; mi sono dotata di rullini: in bianco e nero e a colori, la minima distinzione da profana. Le ho imballate, caricate nel bagaglio a mano, certa di utilizzarle, almeno come appunto: invece di carta e penna, fotografo il momento; un aneddoto riassunto in un immagine, per rapidità.
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Salgo sull'aereo, scendo, raggiungo in auto la destinazione, la mia Roma provvisoria, entro in albergo, verifico lo stato delle due macchine fotografiche per poi lasciarle inutilizzate per tutta la durata del soggiorno. Non finiscono nel dimenticatoio: ogni mattina, una volta lavata e vestita, facevano capolino tra le cose da mettere in borsa, senza mai passare la selezione.
Quasi in modo premuroso, il passaggio dalla realtà di partenza a quella d'arrivo si è rivelato graduale, privo di salti quantici; da una Milano urbana, occidentale, europea sono arrivata in una Dakar urbana, avviata alla mentalità europea (almeno apparentemente) e con un aeroporto a fare
da specchio, a inaugurare una simmetria a ritroso nel tempo.
La città è affollata, riempita in ogni spazio; non c'è una scaletta, un orario, sembra che nessuno abbia un appuntamento da rispettare e, se accade, non è immune dal disordine urlato, dai toni di voce acuti, da persone rumorose non per curiosità, ma avvezze all'istinto e pragmatiche nel disagio di periferie ammuffite e acquatiche, dove gli scarichi tengono più fuori che dentro perché calibrati su un andamento climatico che non contempla la stagione delle piogge.