Oggi in pausa pranzo gironzolavo per la cucina dell'azienda dove lavoro, quando mi è caduto lo sguardo su un riconoscimento appeso alle pareti: Silver Award per "Charity Support”, vale a dire un premio per l'attività di beneficenza. Accanto alla targhetta, una foto incorniciata di bambini, presumibilmente africani, che salutano e sorridono dritto in camera. Perplessa, ho cercato di ricordare di quale progetto umanitario si trattasse, ma invano. L'orologio mi ha tolto di impaccio battendo le due: la mia pausa era terminata. Sono tornata alla scrivania, e ho ripreso a trascrivere una lunga lista di dati.
Alle 17:55 lascio l'ufficio. Sono la prima ad andarmene, nonostante l'orario di contratto sia già passato da un po'. Siccome sono stata anche l'ultima ad arrivare stamattina, so per certo che tutti gli altri stanno lavorando oltre l'orario. Prima di andare mi assalgono i sensi di colpa, quasi non riesco a spegnere il monitor… ma poi mi ricordo che i miei straordinari non sono pagati. In macchina ascolto musica e canticchio, via dall'area industriale dove si trova il mio ufficio, guidando veloce attraverso la campagna inglese.
A casa i miei coinquilini mangiano e la tv ronza. C'è un programma di storia sull'Inghilterra pre-tatcheriana; parla di lavoro, di sindacati, di scioperi e manifestazioni. Ad un certo punto qualcuno domanda: ma il tuo, di sindacato di categoria, qual è? Alzo le spalle perché non so rispondere. Finisco di mangiare e lavo i piatti, sbadigliando. È tempo di andare a letto. Ma una volta coricata non riesco a prendere sonno. "Che c'hai?” chiede il mio ragazzo. "Non so, dev'essere che non ho digerito bene la cena.”