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Il progetto www.bazarmagazine.ch, ha avuto sempre attenzione per le piccole cose; le cose di tutti i giorni, cercando di capire il loro senso, i percorsi che gli uomini danno al lavoro, al tempo libero, alle professioni, incontrandosi come persone, ancora prima che sul fronte delle loro culture. Certo, un piccolo progetto, ma ricco di idealità, di tensione e curiosità verso quello che sta cambiando intorno a noi, nel tentativo di ascoltare e comprendere per poi pensare, approfondire, dialogare, immaginare nuove forme di relazione con gli altri: un prossimo a cui devo non solo qualcosa perché in difficoltà, ma perché esso stesso mi appartiene, mi viene incontro, mi interroga. Non è detto che a differenza dei grandi progetti, i piccoli abbiano meno innovazione, desiderio autentico di ricerca, capacità di comunicare senza imitare cio' che esiste, soprattutto là dove la comunicazione, oggi, per certi versi corrode le idee, le semplifica, le inserisce in una prospettiva dove tutto è uguale a tutto; le dissolve. Credo - e questo è per me il valore determinante - che i contenuti e i sentimenti attraverso cui Bazarmagazine è stato ideato e costruito, abbiano individuato e tenuto come elemento fondante il tema dell"etica personale e della responsabilità, per cui lavorare insieme non è mai stata solo una pratica o una procedura che ha messo in connessione delle competenze, pur ragguardevoli. La rivista stessa, nella sua scrittura, nel suo campo visivo, negli spazi e nei tempi che Borges voleva si potessero superare quale primato stesso della narrazione sul narrato, ha voluto rappresentare uno stile di lavoro, una forma in cui il lavoro sulle culture e sulle persone, fosse in primo luogo vissuto come pratica di lavoro, o come comunità di pratiche su cui incidere anche soggettivamente, cercando di aprire a quella "razionalità comunicativa degli affetti”, affrontata da Habermas, nel discorso sul rapporto tra pubblico e privato. Naturalmente, questo significa andare contro corrente, perché il primato dell'agire strumentale, della convenienza a corto raggio, dell"utile immediato, calpesta, e non se ne vergogna affatto, ogni tentativo di pensare e ripensare alle nostre forme di comunicazione e di interazione sociale, proprio come si calpesta con degli scarponi grossi, un orto, un giardino, solo perché la fretta e il desiderio di arrivare sono piu' forti di tutto e di tutti. I comportamenti strumentali, oggi godono di due fattori di forza; il primo è nel cuore stesso della nostra cultura, straordinariamente performativa e basata su una competitività spesso di facciata, nonché da un"insicurezza sociale che, effetto di questo sistema, crea una visione del mondo centrata sul particolare, orientata quasi sempre al prodotto e non al processo. Di seguito, l'agire strumentale convince talmente chi lo pratica - proprio come quando si usa una droga - da rendere le sue ragioni credibili a se stesso e agli altri, giustificando e trovando sempre una via di uscita che eviti una riflessione autentica, consapevole, responsabile, dove la persona si fa carico del suo pezzo di storia, della sua parola quale testimonianza di vita. Delle sue qualità, e mancanze. Se, in qualche misura, la rivista, nel suo essere piccolo progetto "carico di senso”, ha dato spunti e stimoli per pensare ad altre forme di incontro e di comunicazione, oltre l"agire strumentale, ogni storia, esperienza e persona sarebbe in sé già grande, perché riconosciuta, amata, rispettata. I furbi, lo sappiamo, cercano un posto nei primi banchi, spingono: ma come diceva Adorno, "l'intelligenza è prima di tutto una categoria morale”; dunque non vedono davanti a loro che cosa sia quello per cui sono li" e stanno. E forse, meglio cosi'.
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